Riprendimi
Un film di Anna Negri
Con Alba Rohrwacher, Marco Foschi, Valentina Lodovini, Stefano Fresi, Alessandro Averone, Marina Rocco, Cristina Odasso, Francesca Cutolo. Genere Drammatico, colore 96 minuti
In un momento in cui avevo deciso di smettere di scrivere per mancanza di tempo, di ispirazione ed altri vari ed eventuali motivi mi piomba davanti agli occhi Riprendimi, esempio fulgido di cinema italiano indipendente. Il ribollire delle viscere è più forte di qualsiasi motivazione razionale e di qualsiasi pressante impegno: devo scrivere, perché scrivere di un film è riflettere e scrivere di un film del genere è riflettere su se stessi prima di tutto.
Brevemente la trama per chi non la conoscesse:
Lucia e Giovanni sono una coppia di precari su cui una coppia di amici di lui, registi sfigati, decide di girare un documentario sul precariato. Ma durante le riprese la coppia va in crisi e così i due si trovano costretti a ricalibrare il tutto e a trasformare il documentario sui precari in documentario sul precariato della vita moderna in un'accezione più ampia che comprende anche gli affetti e le relazioni con gli altri.
Ma veniamo a noi.
Riprendimi è un film che ti maltratta. Uno di quelli che non ti bastano i titoli di coda per "riprenderti", uno di quelli che fai fatica ad alzarti perché ti accorgi di essere rimasto nudo di fronte allo schermo e di aver visto te stesso girare a vuoto insieme ai personaggi.
Il matrimonio è da posto fisso. In una società precaria, in una società liquida, non possono che esistere picchi, di amore, di sesso e di felicità; iniziata la curva discendente bisogna salire su un'altra giostra e ricominciare il giro.
Punto di vista questo, tutto maschile, rappresentato da Giovanni, che ai primi segni di stanchezza della storia con Lucia, con la quale condivide il tetto da tre anni e un figlio da poco meno, imbocca la porta di casa e se va via con la scusa di dover "ripensare a se stesso".
Per lui ritrovare il sesso, l'amore, la felicità, in un'altra donna appare semplice, tanto che con questo ritrova anche l'estro creativo tale da tornare in teatro con un suo spettacolo.
Le professioni dei due ragazzi non sono affatto casuali: Giovanni è un attore e Lucia una montatrice; tutta la vita di Giovanni sembra una recita, l’assenza di sincerità è la sua cifra caratteristica: recita con Lucia finché lei non si accorge della presenza di un'altra, con l'altra mente quando racconta che con la moglie è tutto chiarito.
Lucia, invece, lavora al montaggio, è un lavoro che le piace, quello di riprendere tutti pezzettini, come dice lei, e dare loro un senso. Lavoro duro però quando ad essere in frantumi è la sua stessa vita, il suo sogno, "la sua maternità felice". La donna e in questo film rappresenta la saggezza. Saggezza, potenziata al massimo, quando c'è un figlio da crescere.
Per quanto più difficile, l'esperienza di Lucia è più consolatoria, offre speranza, è una via in salita, ma più sta stabile e sincera. Cerca anche lei il sesso, ma lo rifiuta al momento dei fatti, e, a dispetto di chi la vorrebbe etichettare “sesso debole” sa trovare le sue certezze senza ricadere tra le braccia di un altro uomo. Anzi, lei stessa definisce Giovanni un tossico. Perché, senza Valentina, Giovanni probabilmente sarebbe tornato a casa. Ma la sirena della felicità perpetua chiama e lui non sa negarsi.
Molti, nel film, i riferimenti alla comunicazione di massa che propone dei modelli di vita palesemente irraggiungibili, prima di tutto questo inno alla felicità da cogliere al volo, da non lasciarsi scappare, questo piacere immediato da consumare a tutti i costi.
La felicità... non è un caso che la parola ricorra così spesso. Ci si interroga su cosa sia la felicità: l'innamoramento è la felicità? Sentirsi vivo è la felicità? La realtà è che felicità non è molto di più che una parola vuota quando si cerca di renderla qualcosa di più di un fugace attimo.
"Si ma che fai, ogni volta ricominci da capo?" dice un collega di Giovanni al nostro Peter Pan.
E, come dice giustamente Lucia, quello che viene dopo è l'amore: dove per amore diventa spirito di sacrifico, quel sacrificio del proprio ego per tenere unito quello che si è creato, la propria famiglia, il proprio figlio.
Riprendimi è una riflessioneimplacabile sulla nostra società, che non abbiamo costruito, ma ci hanno lasciato in eredità i nostri nonni e i nostri genitori, senza averci dato le armi e gli strumenti per capirla, la bussola per capire che il nord non è quello che si vede in tv.
Riprendimi gioca già dal titolo su un doppio binario, quello della telecamera che riprende questo strambo documentario sulla vita, di cui gli stessi autori non capiscono il senso, ammesso che ne abbia uno; e gioca anche con il desiderio di Lucia di essere ripresa dal marito, lampante nel momento in cui lei si getta ai suoi piedi e infine Riprendimi potrebbe anche alludere all'ultima volta, all'ultimo momento di amore e sesso (quella felicità e quella completezza che sembrano esserci solo quando le due cose vanno insieme,) consumata tra i due sposi, prima della separazione: prendimi ancora, per l'ultima volta prima di lasciare andare alla deriva quello che abbiamo costruito.
Malgrado il mio sproloquio però non attendetevi una mattonata, perché i toni riescono a rimanere leggeri, si ride spesso e si sorride ancora di più, la trovata delle interviste ai vari protagonisti è geniale per sviscerare ancora meglio il punto di vista di ognuno.
Gli attori sono tutti molto bravi ma a dare i brividi è la bruttina ma brava Alba Rohrwacher, dolcissima nelle sue inflessioni dialettali.
Eppure è un film che disturba, perché sai che quello che vedi è un mondo possibile, che quello che ti aspetta, arrivata alla quasi-vigilia dei trenta (parlo per me ovviamente) è del tutto possibile e altamente probabile.
Ora non fraintendetemi. Non ho paura di incontrare un Giovanni.
Ho paura di essere Giovanni.
Voto: 8.5